Chi sono
Mi chiamo Paolo Sorgi, e lavoro in comunicazione d’impresa. Progetto immagine di marca, campagne pubblicitarie, strategie di comunicazione.
Ma la cosa più interessante è che di recente ho ritrovato i quaderni delle elementari. Rileggendo quelle pagine ho capito che la maestra Maria, oggi, si metterebbe in tasca l’intero MIUR in quanto a metodo.
Mi ha fatto scoprire la potenza del messaggio, e mi ha insegnato a plasmare le regole che lo governano per crearne di nuovi.
Un insegnamento che ho scoperto essere prezioso anno più tardi, quando da copywriter scrivevo spot pubblicitari per una radio locale.
La mia carriera è iniziata così, un po’ alla Benjamin Button, col passaggio accademico nel mezzo.
Stefano Traini, ordinario di Semiotica a Scienze della comunicazione, è stata la figura per me più preziosa in questo senso.
Oltre al fascino di Umberto Eco, mi ha trasmesso le regole che governano il modo in cui immagini, parole e suoni producono significato.
Quelle regole sono diventate la base di tutti i miei lavori.
Durante gli studi mi alternavo tra radio e tipografia, dove scrivevo spot pubblicitari e componevo i testi che finivano su locandine, brochure e manifesti.
E dove sbirciavo il lavoro dei grafici.
I primi lavori in agenzia sono arrivati subito dopo il tirocinio post laurea, conseguita a Teramo con una tesi in video editing sulla divulgazione scientifica.
Mentre continuavo a scrivere headline, payoff e pagine web per agenzie di comunicazione, ho perfezionato il linguaggio degli audiovisivi imparando dal mio maestro d’ascia e mentore Antonio Schultz Di Loreto, che più tardi sarebbe diventato anche collega, oltre che mentore.
Ho aperto il mio studio di produzione video per sfruttare la potenza dell’immagine in movimento, sfruttando le tecniche di comunicazione pubblicitaria che avevo acquisito da copy.
Questo mi ha permesso di affrontare progetti di comunicazione sempre più complessi, e con più armi a disposizione.
Nel frattempo sono arrivato a Cineramnia per imparare dal grande schermo, lavorando come operatore e aiuto regia accanto ad Aureliano Amadei e Roland Sejko. Ho diretto Nicola Nocella in un cortometraggio, e ho collaborato a un progetto di Philippe Daverio e Claudio Strinati.
Queste esperienze sono entrate a far parte del mio bagaglio professionale, consolidando il mix di tecniche di comunicazione e audiovisivo.
Cineramnia tuttavia non è stato il mio primo assaggio di fotogramma. Poco prima avevo partecipato a un concorso per cortometraggi all’interno del XVII Premio Di Venanzo.
Di vincere un premio mi interessava relativamente: ero lì per farmi le ossa, ma quell’anno in giuria c’era Gian Marco Tognazzi. Una figura per me importante, il figlio dell’immenso Ugo.Dovevo incontrarlo e stringergli la mano.
Per farlo avrei dovuto essere premiato da lui, il che significava vincere, o almeno andarci abbastanza vicino.
E così fu. Veni, videi, vici.
Poi ho scoperto che il liceo classico di Teramo cercava un docente di audiovisivi per l’indirizzo in Comunicazione. Sono seguiti cinque anni di progetti in cui ho visto tanti ragazzi appassionarsi alla magia del racconto per immagini, e produrre cortometraggi, documentari e spot per la loro stessa scuola.
I lavori finanziavano le mie passioni, tra cui quella per le auto storiche. Alfa Romeo soprattutto. Così ho messo in piedi Bialbero, un progetto editoriale che in poco tempo ha raccolto attorno a sé una community di alfisti provenienti da tutta Italia.
Mi interessava raccontare la storia umana dietro ogni restauro: anni di lavoro, soldi, ossessione, un legame con un pezzo di metallo che si fa vivo.
Ho conosciuto personaggi come Walter De Silva e una comunità di appassionati che mi ha commissionato lavori. Con la scusa dei documentari ho guidato le auto dei miei sogni, mentre continuavo a girare spot, e a curare brand e progetti editoriali altrui.
Poi arriva la pandemia, che tutte le feste si porta via. O qualcosa del genere.
Di sicuro quegli eventi hanno congelato il mercato che mi permetteva di pagare affitto, bollette e carburatori.
E via di fabbrica, continuando ad arrotondare con qualche lavoro per i clienti sopravvissuti, con un’unica consegna: resistere e aspettare l’alba. Mi hanno buttato in mezzo agli operai, e ne sono uscito responsabile marketing e comunicazione per un’impresa edile che stava crescendo velocemente.
Passare dalla tuta blu a giacca e cravatta è stato un attimo. Costruire un brand autorevole per un’azienda che passava dall’edilizia residenziale alle grandi opere idriche, invece, è stato più impegnativo.
Ma ha funzionato, visto che oggi l’impresa segue ancora quel piano di comunicazione strategica. Io sono passato dalla tuta alla giacca, loro da edilizia prêt-à-porter a player nazionale dell’ingegneria idrica.
Terminata quella missione, sono tornato a costruire campagne e piani strategici di comunicazione da freelance, col bagaglio di cui sopra sempre più nutrito.
Nel tempo la voglia di imparare nuovi linguaggi e pagare nuove bollette non è mai passata. E così ho avviato Dottormaus, la mia newsletter di diagnosi e rianimazione pubblicitaria.
Su Dottormaus viviseziono campagne per capire come mutano i linguaggi nel tempo. Aggiornare strategia e creatività è quello che mi serve per rendere sempre più efficaci le campagne a cui lavoro.
La clinica è su Substack. La trovi qui.